Inviato da ebeMajor il Dom, 31/12/2017
ortensia

La storia di Ortensia

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti del cielo e della terra che, insieme, abbiamo guidato i suoi passi verso quell’avventura di carne e sangue che chiamate vita. Era bambina ed era donna, perché ogni bambino ha il sé l’adulto che diventerà, così come ogni adulto ha in sé il bambino che era il tempo diventa carne e la carne storia.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti dell’aria che ha respirato e l’ha fatta crescere, bambina tra bambine, ragazza tra ragazze. L’abbiamo vista che si faceva strada nel mondo, cercando a fatica di mantenere in vita la vita che aveva dentro col gramo pasto che la famiglia riusciva a passarle e con la stanchezza dei loro visi che si offendeva del suo vigore.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti del mandorlo, da cui ha imparato a risplendere al tiepido sole di febbraio, quando le promesse dei frutti che verranno sono fiori bianchi e si ergono impavidi contro le avversità e i venti improvvisi. Quando si è giovani sembra ci si possa permettere anche il coraggio.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti del fuoco a cui ha cercato invano di scaldarsi nei brevi inverni della sua terra e nei lunghi inverni della sua famiglia, perenni dentro cuori avvizziti di fatica e rancori millenari. Cresceva tra usi e costumi antichi, che sanno di vecchio perché non hanno calore ed il calore che manca non viene dal fuoco ma dalla comprensione del cuore che vede al di là di usi e costumi dettati dall’uomo.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti dell’acqua che, cresciuta, usava per lavare i panni, acqua scarsa e crudele, acqua da pagare con lacrime e sangue ai padroni dell’acqua e della terra ma acqua benedetta perché portava frescura nelle giornate afose dell’agosto mediterraneo. Lavava gioiosamente, poiché era gioia e la gioia non la spegne la miseria dei corpi anche se lavava i panni dei signori ed era mal vista perché era troppo giovane e bella, faceva ombra alle signorine e la signora contessa la chiamava sgualdrina anche se teneva abbassati quegli occhi di gioia.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti dell’età innocente delle scoperte, quando, non vista, cercava con gli occhi più scuri del buio degli occhi colore del cielo in una terra bruciata dal sole. Li aveva notati, quegli occhi, che sorridevano al mondo e si rivolgevano a tutti, gentili. Gentili di sangue gentile, patrizio, ma il sangue di lui era gentile davvero, distillatosi onesto tra l’ostile sua madre e il distante suo padre, l’una a caccia di colpe, l’altro a caccia di bestie. E colpe e bestie erano prede abbondanti, ché le beatitudini dei corpi non accettano sanzioni da cuori invecchiati.

L’abbiamo vista. Siamo lo spirito dei primi palpiti del cuore, quando quegli occhi incontrarono gli occhi e fu subito gioia e amore e bellezza, perché ogni volta che due cuori si riconoscono è festa in paradiso, dove il cuore non è peccato e il corpo non è peccato ed incontrarsi è celebrare la festa della vita con le fanfare dei sogni. Lui le carezzava la bocca corallina e la chiamava mia ortensia, lei lo guardava coi neri ricci selvaggi venati di viola, scrollava la testa e diceva che no, ortensia non era, era fiore prezioso ma preziosa lo era, piena di amore, piena dei cieli di lui e delle promesse che sarebbero state.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti dell’estate fremente dei corpi, quando la calma piatta dei venti prelude a improvvise tempeste d’amore ad irrorare le promesse che furono mantenute. L’amore non è mai senza conseguenze, è una promessa che sgorga senza si possa evitare si compia e il suo compimento è la stessa canzone della vita che si canta, ora da soli ora insieme, ed insieme è più bella. E si nascondevano ma l’amore grida forte e sveglia bigotti e moralisti, riparati dall’estate della passione all’ombra di una morale di gesso. E furono gioia e terrore insieme, con le cicale impazzite e un furore di baci rubati nei freschi recessi della passione condivisa.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti del tempo d’autunno, quando si raccolgono i frutti delle tempeste agostane, dopo che i venti avevano scoperchiato fienili, altarini e rimesse e anche la serra, dove più volte i ricci di lei si erano confusi con le ortensie fiorite e i baci del suo tenero amante si erano fatti boccioli, dentro il suo giovane corpo assetato di vita. E quando i boccioli vennero al mondo, si aprirono i cieli sopra di loro e fu uno schianto di ghiaccio, perché la signora padrona non poteva accettare bastardi dentro i suoi confini. Nei confini della sua morale di gesso decise e agì. Spedì suo figlio sopra la diligenza postale, in città, a studiare per diventare avvocato e guadagnare terreno ai terreni di famiglia; spedì la famiglia di lei ai confini del feudo, alle paludi malariche perché non avevano saputa farla crescere bene; spedì lei oltre i suoi campi, oltre le montagne, oltre la città che vide il suo amore avvizzire di solitudine, tisi e rimpianto fino a morire e la lasciò sola, straniera in terra straniera, maledetta dalla sua stessa gente perché aveva dato loro due eredi, eredi sì ma eredi non conformi alle regole. E fu timore e dolcezza di madre e strazio della separazione e tormento e quasi nulla da mangiare.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti della tempesta invernale, che si ciba delle bestemmie dei marinai e delle preghiere nel latino storpiato dei poveri. Pazza era pazza, e con quei due bastardi, poi… Che si poteva fare per lei, che si era messa nei guai da sola nascendo con quegli occhi di gioia e quei ricci più fitti delle ortensie di serra? Che andasse dove si meritava, quella sgualdrina impudente! Che? Sollevare lo sguardo fino al figlio della signora contessa? Che andasse, ma via, lontano, per mare, oltre quel porto, quel mare che ululava come il suo spirito disseccato, verso una terra straniera dove affogare la sua disperazione! In piedi, sotto la pioggia, con l’acqua di mare contro il suo viso a incontrare le lacrime, le vesti stracciate, un bambino tenuto su un braccio, un altro aggrappato alla gonna, non ascoltava, nel vento; era inerte. E intanto la barca doveva partire a minuti...

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti delle onde furiose, che si accavallano e mugghiano chiudendosi sopra la testa di chi scivola in mare, per caso o per scelta, senza ritorno, senza rimpianti, senza illusioni, giù dentro una tomba verde e cristallina, che dona quiete alle membra con il suo inquieto moto perenne. L’abbiamo vista divenire cibo per pesci, i capelli fattisi alghe, ricce come le ortensie, le ossa come il corallo della sua bocca da baci, a guardare da troppo lontano le vicende degli figli salvatisi sopra uno scoglio, raccolti da una mano pietosa, cresciuti, avviatisi al mondo dove uno troverà la morte per mano dei pirati saraceni e l’altro farà fortuna con delle barche, lo scoglio al posto del nome di una famiglia che li ha rinnegati, ignorati, scordati. Ma l’amore che è stato non è mai stato invano: è più forte della condanna e manda avanti il ricordo, anche se sotto forma di inquietudine familiare in quella stirpe che dell’amore dei capelli di ortensia e degli occhi di cielo si è generata tra cielo, terra, aria, mandorlo, fuoco, primavera, estate, autunno, inverno, sole e tempesta, baci e confino.

L’abbiamo vista. Siamo gli spiriti del tempo che tutto consuma, gli odi, i rimpianti, le memorie vere e quelle presunte e come l’onda del mare scaviamo al di sotto della sabbia degli anni portando alla luce il dolore della separazione, lo strazio della condanna, l’orrore della vendetta perché siano conosciute, onorate e benedette. E conosciute, onorate e benedette siano le tue pene, ragazza dai capelli di ortensia, la cui primavera non hai fatto in tempo a veder fiorire di generazione in generazione fino al giorno di oggi, e con te sia benedetto il tuo amore e colui con cui l’hai provato, perché non c’è amore che sia colpevole per la misericordia di Chi È Amore. La tua vita ha generato vite, si è fatta storia di persone, parole, memorie confuse da riassestare e nel giorno di oggi ritrova spazio e parole e riconoscimento senza che tu debba rinnovare la tua disperazione. Ora nel grande mare della misericordia è la quiete. Ora puoi riposare.

Etichette
Italian