Inviato da ebeMajor il Dom, 25/02/2018
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Una donna a metà

Quando per un'anima è giunta l'ora di incarnarsi, scende sulla Terra sotto forma di stella cadente, in modo che durante il tragitto riesca a farsi un'idea di dove andare a posarsi per nascere. Quell'animuccia, però, durante il viaggio verso la sua nuova casa, non si era saputa decidere tra il mondo degli uomini e quello delle fate e alla fine, giunto il momento di scegliere, si era separata in due parti uguali. Una parte si era diretta tra le fate, l'altra tra gli uomini.
Erano così nate due creature identiche: una era Maia, che abitava in una casa di mattoni e sassi vicino al bosco, con due alberi di pero ed un'aiuola di di primule multicolori che costeggiava il perimetro del giardino; l'altra era Amia, che abitava vicino al ruscello sotto una gran roccia muscosa. Le due creature erano perfettamente identiche tranne che nelle proporzioni: una era grande come una bambina umana, l'altra come una figlia di fate.
Da molto tempo gli uomini e le fate non parlavano più tra di loro e le due bambine non sapevano dell'esistenza dell'altra. Gli uomini avevano disimparato che nel mondo esistevano anche le fate e le fate si tenevano ben alla larga da loro, temendo di essere catturate o perseguitate come fanno gli uomini con tutto ciò che non capisce.
Col tempo ciascuna sviluppò qualche peculiarità della razza in cui era venuta a trovarsi: Amia ri ritrovò due splendide alucce di seta lucente, si sviluppò in fretta e imparò il canto degli uccelli e il linguaggi dei fiori. Maia invece crebbe fino a diventare una ragazzina vivace e intelligente che aveva molto a cuore la sua bordura fiorita, il ricamo ed i libri.
Ciascuna però aveva mantenuto una particolarità che la collegava alla razza che non aveva scelto al momento della nascita: si sa che la differenza maggiore tra le fate e gli umani è l'ombra, che le une non possiedono -le impiccerebbe troppo nel volo- e gli altri si portano appresso per ogni angolo della Terra. Amia aveva l'ombra che si impigliava tra le erbe dei cambi e nei rovi delle siepi; Maia l'ombra non l'aveva.
A ciascuna sembrava normale essere nel modo in cui era, chi con la sua ombra -anche se strana, chi senza, ma i loro vicini non erano d'accordo e le prendevano in giro, chiamandole “Amia-di-Terra” e “Maia-senz'-ombra”.

Amia-di-Terra era una fata un po' irrequieta: spesso si allontanava dalle altre fate che giocavano a fare il bagno nella coppa di una ninfea per ritrovarsi da sola a fantasticare accanto all'orecchio di una mucca sui come sarebbe stato svolgere tutti i lavori che facevano gli umani: portare gli animali al pascolo, falciare l'erba, costruire una casa di mattoni e mettersi un vestito diverso per ogni giornata -lei aveva solo la sua tunica iridescente e le sue alucce di seta ed era stanca di non poter indossare un vestito di velluto, un mantello, una sottana coi fiori... Per quanto riguarda quell'ombra, un po' strana che si tirava dietro, talvolta un poco a fatica, ne era molto fiera perché la considerava un segno di distinzione e quando proprio le dava fastidio, se la arrotolava intorno ad un polso -le ombre sono sottili come un filo di vento!- e la osservava gonfiarsi come una vela quando volava a chiudere i fiori prima di un temporale.
Anche Maia-senz'-ombra era un tipo solitario; amava addentrarsi nel bosco per andare a sedersi in riva al fiume, vicino alla grande roccia muscosa. Si fermava spesso a guardare l'acqua che scorreva sui sassi levigati e rotondi del fiume e lì passava le ore, magari con libro aperto sulle ginocchia o lasciato sull'erba tra una canna e un non-ti-scordar-di-me.
La vita, nonostante non avesse grandi problemi, non le sembrava facile. Lei non aveva l'ombra e i ragazzi avevano cominciato a penderla in giro seriamente, e più di qualche mamma aveva proibito alla figlia di frequentarla. Maia non capiva proprio come mai il fatto di non avere l'ombra fosse visto così male dalle altre persone, ma pur avendo chiesto il motivo, non aveva ricevuto risposta.
Ciò che le pesava, tuttavia, non era la mancanza della sua ombra -una cosa normale, era sempre stato così!- ma un senso strano, come di incompletezza. Guardava i fiori e si domandava come sarebbe viverci dentro; guardava il cielo e si chiedeva se avrebbe mai potuto imparare a volare; guardava gli animali del bosco e si struggeva dal desiderio di capire che cosa dicessero. Non aveva mai confidato a nessuno il suo disagio, ma giorno dopo giorno questa strana mancanza si trasformò in malinconia, e poi in tristezza. Talvolta osservava con sguardo fisso i fiori e le rocce e le sembrava di intravedere un frullo d'ali, il sospetto di un movimento leggero contro il muschio della grande roccia; si stropicciava gli occhi allora e si chiedeva se per caso non si fosse addormentata o avesse sognato ad occhi aperti. Solo una volta, quand'era bambina, aveva detto alla mamma di queste sue piccole visioni, ma la mamma le aveva carezzato la testa mettendola a letto e le aveva detto che leggeva troppo e che gli occhi, probabilmente, erano stanchi.

Tante domande senza risposta le riempivano il capo, e spesso si ritrovava appoggiata su un lato, dopo aver dormito vicino a quel fiume tranquillo: allora era stranamente felice, come se dormire all'aperto le desse una selvaggia, quieta felicità.
Da quelle escursioni nel bosco tornava sempre più solitaria, sempre più chiusa in se stessa: mamma e papà non riuscivano a farle dire perché si rifugiasse continuamente nel bosco; tutto ciò che sapeva dire era che lì le sembrava di trovare quella parte che non aveva con sé. La mamma scuoteva la testa e si preoccupava, dato che ormai Maia era cresciuta e si era fatta una bela ragazza: ai giovanotti, però, non pensava mai e anzi li fuggiva, come fuggiva chi la segnava a dito per la stranezza dell'ombra. “Un ombra non serve a niente” pensava, “e allora perché tutti si danno così pena a dirmi che non sono normale? Loro che hanno l'ombra dietro di sé non sanno correre tra i cespugli di rovi ed i fiori del bosco: io invece corro leggera e sembra che voli. Quando mi lasceranno un po' in pace?”

Un giorno di burrasca in cui non aveva potuto uscire come faceva di solito, aveva rovistato in casa e aveva trovato un vecchio libro che non aveva mai notato prima. Era un antico libro di favole, appartenuto alla nonna di sua nonna, che raccontava, a lei che non ne aveva mai sentito parlare, di un tempo lontano in cui uomini e fate si conoscevano bene ed abitavano gli uni accanto alle altre, in pace. Maia si meravigliò grandemente nel leggere una tale stranezza: chi erano le fate? Dove vivevano? Quali erano le loro abitudini? E soprattutto, esistevano ancora?
Nel libro c'era scritto ben poco che potesse chiarirle le idee: era passato così tanto tempo da che l'ultimo essere umano aveva parlato con una fata! Maia decise che doveva saperne di più: chiese ai genitori che si guardarono preoccupati tra loro, chiese alla nonna, ma lei non sapeva nulla, chiese al parroco del villaggio accanto al quale viveva e dove aveva frequentato la scuola, ma quello rispose che non aveva tempo per quelle sciocchezze.
Maia era sempre più ansiosa di sapere qualcosa delle fate, e non si diede per vinta. Chiese nei villaggi vicini, chiese ai mercanti che andavano alla fiera lì in zona, chiese ai viaggiatori che rari si trovavano a passare da quelle parti. Nessuno era in grado di dirle qualcosa di utile: voci, solo voci di un tempo passato raccontavano che una volta c'erano state le fate, ma poi, per una questione non chiara, uomini e fate avevano litigato e si erano persi di vista. La gran parte delle persone a cui chiese le disse di lasciar perder la ricerca, ché quelle erano solo storie da vecchie zitelle intorno al fuoco e che una così bella ragazza doveva pensare a trovarsi un marito.
Maia continuò la sua ricerca: si spostò nella città più vicina e cominciò a cercare tra i libri della biblioteca comunale, un edificio antico che si alzava severo sulla piazza principale di quella città, con alte finestre e scarsissima luce all'interno. Tra i vecchi fascicoli e libri ormai quasi sbiaditi Maia non trovò nulla che la portasse vicina a conoscere il mistero delle fate.

Un giorno in cui si sentiva molto sconfortata e meditava di tornare acanto al suo fiume, trovò per caso un antichissimo rotolo che quasi le si sbriciolò in mano. Incuriosita dalla forma inconsueta di quell'oggetto, ne svolse piano i resti e quale fu la sua meraviglia nel leggere che parlava di fate!
Maia divorò le righe leggibili del manoscritto, sognò sulle parti che erano andate perdute, poi, ormai stanca e troppo eccitata per riposare, alla chiusura della biblioteca, ritornò in casa dai suoi genitori dopo più di un mese di assenza.
“Allora, Maia, hai trovato quello che cercavi?” le chiese il padre vedendola arrivare con la sua solita corsa aerea. “Ti metterai un po' tranquilla?” le chiese la madre con un sospiro, mentre vedeva ancora una volta che alla luce della lampada la sua bambina non aveva l'ombra e mai, presumibilmente, l'avrebbe avuta. Maia non rispose: era felice e non cercava che di rimanere da sola per mettere ordine nei suoi pensieri. L'indomani mattina di precipitò in riva al fiume e lì, con l'aiuto di un quadernetto, annotò ciò che ormai le bruciava in mente dal giorno precedente. Tra ricordi e fantasie impiegò un giorno intero a scrivere.
Cosa mai aveva scoperto che le aveva messo tanto scompiglio di dentro? Il manoscritto era antico, e per questo riportava notizie di un tempo lontano, in cui esisteva, si diceva, qualcuno che aveva visto le fate.

C'era una volta un frate di un paese lontano che nel chiostro aveva intravisto un esserino alato che cercava di raccogliere la rugiada dai grandi fiori a campana della siepe di rampicanti sul muro di cinta del convento. Incuriosito, il vecchio frate si era avvicinato alla siepe ed aveva osservato con attenzione e benevolenza le manovre del piccolo essere il quale, una volta accortosi del frate, si girò e gli fece un saluto sbarazzino, facendo una capriola in aria. Il frate allora stese la mano per accogliere la creatura ed essa andò a sedersi proprio lì sopra, stiracchiandosi e sbadigliando, dato che aveva appena fatto un duro lavoro.
Il frate delicatamente soffiò sull'essere per fargli un po' di fresco -era una calda giornata d'estate- e la creatura allora gli sorrise. Dopo essersi riposata ben bene su quella manona, si alzò, si fece strada verso il pollice del frate e lo abbracciò con affetto e simpatia, scomparendo ben presto in un baleno. La sera il frate sistemò sul bordo del pozzo che si trovava vicino al rampicante un ditale, che riempì di acqua di sorgente: lo lasciò bene in vista, caso mai la creatura fosse tornata e avesse dovuto raccogliere altra acqua dai fiori.
La mattina seguente, dopo le preghiere, il frate andò al pozzo e trovò il ditale vuoto, ma accanto ad esso poté vedere il più meraviglioso piccolo strumento musicale che avesse mai visto: era un'arpa di cristallo con le corde di impalpabile ragnatela e la colonna frontale era decorata con il più squisito intaglio a fiori e foglie che si potesse immaginare.
Il frate si intenerì al gesto della creatura, che certamente aveva voluto ringraziarlo di avergli evitato la fatica di raccogliere l'acqua da tutti quei fiori; raccolse l'arpa e mentre si stava allontanando per andare a ringraziare il Signore di aver creato un mondo così bello e buono, l'arpa che aveva ancora sul palmo della mano cominciò a suonare una melodia tenera e struggente.
Al vecchio vennero le lacrime agli occhi: quella musica gli fece pensare a quando era bambino e aveva per la prima volta visto l'arcobaleno e si era inginocchiato ed aveva giurato che avrebbe dedicato la sua vita a Colui che aveva creato una meraviglia così prodigiosa. Dopo essere rimasto in incantato ascolto di quel suono delicato, il frate si riscosse e andò in biblioteca a lavorare al suo manoscritto.
Quel giorno lavorò senza sentire la fatica e così il giorno seguente, e poté completare quel manoscritto e poi un altro e poi un altro ancora: quando era stanco tirava fuori da una tasca la magica arpa e vi soffiava delicatamente sopra finché le corde non cominciavano a fremere ed emettevano ogni volta una melodia differente. Il frate lavorava di lena e un giorno si imbatté nel più strano libro che avesse mai dovuto copiare. Era un antico libro in latino che parlava delle fate.

Qui il manoscritto si interrompeva, ma Maia era già così eccitata di aver scoperto che esisteva davvero qualcuno che aveva visto le fate che non le pesava di non avere altri dati a disposizione. “Che importa?” si disse “Andrò alla ricerca del libro in latino e da lì imparerò di più”.
Ma, ahimè, il latino non lo conosceva e dovette studiare seriamente e per anni l'antica lingua dimenticata. Ormai era diventata una donna, non si era sposata e si era trasferita nella capitale, dove aveva studiato ogni momento della sua giornata per trovare infine il libro delle fate che aveva copiato il vecchio frate e poterlo capire.
Dopo essersi specializzata nella lettura degli antichi manoscritti latini ed aver sopportato l'indifferenza o l'ostilità degli studiosi che affollavano le biblioteche della capitale, un giorno infine trovò quello che stava cercando.
“La storia delle fate, raccontata e testimoniata come autenticamente andò”: un manoscritto che pesa un quintale, pensò Maia-senz'-ombra, che non sentiva il peso né degli anni né del ridicolo a cui veniva esposta ogni momento dalla sua peculiarità, che era diventata per lei la sua bandiera. In quel testo si raccontava come erano andate effettivamente le cose.

Quando uomini e fate vivevano vicini e un popolo non temeva l'altro, c'era una gran pace e la vita scorreva senza problemi: le donne erano gentili con le fate, preparavano loro dolcetti e piccoli contenitori con panna e latte, gli uomini costruivano tettoie di legno per far riparare le fate durante i giorni di temporale e i bambini giocavano tra di loro a chi riusciva meglio ad imitare il richiamo che le fate si lanciano al tramonto, quando devono ritornare alle loro abitazioni. Le fate, dal canto loro, indicavano ai bambini i nascondigli di fragole e funghi ed insegnavano agli uomini i sentieri migliori quando era finita la legna.
Per secoli e secoli i due popoli erano vissuti vicino senza il benché minimo screzio, fino al momento in cui, per un banale incidente, i rapporti si erano fatti tesi. Era accaduto infatti che una donna avesse esclamato un po' azzardatamente che la tela che aveva filato fosse più fine di quella che la Regina delle fate faceva tessere ogni anno per la festa di inizio estate, sotto cui umani e fate si ritrovavano a festeggiare l'arrivo della bella stagione. Una fata aveva sentito l'affermazione, l'aveva riferita alla Regina, che si era adirata e aveva chiesto le scuse alla donna; la donna, che era testarda e impulsiva almeno quanto la Regina delle fate, non solo non si scusò ma affermò che era capace di battere le fate anche nel canto e nel ricamo. Ciò fece infuriare la Regina, che colse la sfida e comandò al suo popolo di preparare il più stupefacente coro che avesse mai cantato sulla faccia della Terra.
La donna non si diede per vinta e si esercitò così bene nel canto che pensava di poter battere facilmente le fate. Si era anche così ben preparata nel ricamo che aveva preparato lo schema per un grandioso disegno da realizzare nel caso ci fosse stata anche la sfida di ricamo. Ma la sfida di canto rimase solo una proposta: non si trovò nessuno che facesse da giudice: chi mai poteva accollarsi quella tremenda responsabilità? Avesse vinto la donna, le fate si sarebbero offese e allora addio alle more e ai ciclamini fuori stagione. Avessero vinto le fate, la donna probabilmente avrebbe voluto sfidare di nuovo le fate, e chi allora avrebbe potuto far da giudice anche in questo caso? Non c'era nessuno così versato nel ricamo e così coraggioso da volersi mettere in mezzo tra una donna e le fate.
Con mille preghiere e mille promesse le persone più sagge si diedero da fare a convincere la donna a lasciar perdere la sfida; le diedero ad intendere che nessuno mai avrebbe parlato per affermare il suo successo così scontato. La donna alla fine accettò.
Il giorno della sfida la Regina delle fate con tutto il corteo canoro preparato appositamente per l'occasione si ritrovò da sola nel posto convenuto per la sfida e siccome aveva un pessimo carattere, si offese di quello che riteneva un ulteriore insulto al suo popolo e giurò che da quel momento uomini e fate sarebbero stati nemici.
Seguì un lungo periodo in cui le fate fecero un gran numero di dispetti, anche gravi, agli esseri umani: nascondevano animali ed oggetti in modo che tra vicini cominciassero a volare accuse di truffa e furto; indicavano ai bambini che andavano a spasso nel bosco i sentieri sbagliati e li facevano perdere; spargevano nei campi di grano i semi delle erbe infestanti. Non ci volle poi molto perché gli uomini si accorgessero che la causa dei loro malanni erano le fate, che da quel giorno diventarono il loro bersaglio preferito.
Le cacciavano di notte e di giorno, volevano sterminarle per liberarsi un po' della loro presenza molesta un po' della loro cattiva coscienza, dato che era stata una femmina umana a dare origine a tutto. Col tempo gli uomini disimpararono la lingua delle fate e si dimenticarono di loro, dal momento che quel popolo alato si diede in tutta fretta a nascondersi alla vista degli uomini.
Delle fate si perse così notizia.

In un angolo del manoscritto Mia poté vedere il disegno di una fata: era una creatura alata delicatissima che si stagliava al sole sopra un sasso di fiume. Quale fu la sua sorpresa nell'accorgersi che la creatura non aveva l'ombra! “Allora io sono una fata!” esclamò emozionata chiudendo di botto la copia del manoscritto che le aveva schiuso così tanti misteri.
“Ma no” mormorò poi sconsolata “non so volare... Allora chi sono io?”
Per rispondere a questa domanda Mia si ritirò a vivere nella sua casetta accanto al bosco. I suoi genitori erano morti lasciandole una piccola eredità, ed aveva così' tanto tempo davanti a sé per scoprire chi era. Era un essere umano o una fata?
Passava come un tempo il suo tempo accanto al fiume, ma ormai si portava dietro un quaderno ed una matita. Da quando aveva scoperto che il suo essere senz'ombra la rendeva vicina d una fata, la sua attenzione era tutta rivolta a quell'angolo di fiume, dove da bimba aveva per la prima volta sperimentato che ciò ciò che le mancava non era così lontano da lì.

Cominciò a disegnare, dapprima a fatica, poi sempre più facilmente, i brandelli di ricordi che aveva delle sue visoni, che sotto le sue mani prendevano forma di nuovo. Lavorava alacremente e con passione, ma non avrebbe saputo dire se il suo lavoro si basasse su ciò che vedeva con gli occhi o con il cuore. Pian piano si ritrovò un quaderno pieno di disegni stupendi: erano creature alate, forme gentili che abitavano i fiori e i sassi intorno al fiume e che intrecciavano aeree danze intorno ai salti che l'acqua faceva lungo il suo cammino.
Lavorò così tanto che consumò tutti i soldi che le avevano lasciato i suoi, finché un giorno on si trovò senza di che vivere. Si guardò intorno: la prospettiva di lasciar quei luoghi la faceva morire, così si armò di coraggio e andò nella città vicina a vendere i suoi disegni. Fortunatamente incontrò un editore che era alla ricerca di materiale curioso per gente che ormai aveva letto di tutto: i disegni gli piacquero e li pagò bene a Maia, la quale fece ritorno alla sua casa vicino al bosco più rinfrancata che mai.

Il libro con i disegni di Maia ebbe un successo strepitoso e l'editore continuò a chiedere altri disegni. Infine si scatenò una vera e propria moda: le signore volevano andare all'opera con dei vestiti che ricordassero i tessuti trasparenti dei disegni di Maia, i giovanotti, per fare i complimenti alle signorine, dicevano che erano belle come le fate, le bambine richiedevano come regalo i libri con le fate a colori. Maia si ritrovava sempre più spesso in riva al fiume per soddisfare le richieste sempre più pressanti del suo editore.
Cominciò allora a raccontare del mondo che sognava da tanto tempo e scrisse dei libri e raccontò di palazzi tra i fiori e di gare con le farfalle. Quando, ormai ricca e famosa, si ritrovò ormai anziana e le chiesero di raccontare una storia completamente nuova.

Si recò in riva al suo amato fiume, si guardò intorno e scrisse una storia... Scrisse di una stella che era caduta a metà tra il mondo degli uomini e il mondo delle fate e di come una bambina senz'ombra avesse cercato tutta la vita che cosa la rendesse diversa dagli altri esseri umani. Mentre scriveva, sentì un tocco leggero sulla sua guancia ormai vizza. Si girò piano e la vide.
Era l'immagine che aveva tanto sognato: una copia minuscola di sé da giovane, le alucce di seta e un vestitino fatto con i ritagli dell'arcobaleno che svolazzava serena tra i fiori. La creatura la osservava con il capo da un lato, poi, per metterla a fuoco, si allontanò un poco e la guardò da più lontano. “Eh, sì, non c'è che dire”, pensò Amia-di Terra “sembro proprio io se mai diventassi vecchia!”. Maia intanto aveva appoggiato la penna sull'erba e si era messa a seguire con gli occhi il volo di Amia. Come poteva essere che quella creatura le assomigliasse tanto? Maia non riusciva a capire, né poteva chiedere spiegazioni alla fata, che certamente non sapeva comunicare con lei.

Passarono tutto il pomeriggio ad osservarsi, le due, e nessuna diceva una parola; si contemplavano ed erano felici così. Il sole era quasi al tramonto. Amia svolazzò un'ultima volta intorno a Maia, le passò accanto al volto come una carezza e scomparve nella notte che avanzava.
Maia fece appena in tempo a rendersi conto che la creatura per un istante aveva creato contro il sole morente una breve ma innegabile ombra. Guardò il suo scritto, guardò le mani che non proiettavano nulla sul vestito di lino bianco che aveva indossato per quella escursione, guardò l'orizzonte dove era scomparsa Amia e sorrise.

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