Inviato da ebeMajor il Ven, 02/02/2018
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Quando un cruccio segreto ci amareggia il cuore e non tolleriamo neppure la compassione della gente, allora ci ritroviamo nei parchi d'inverno.
Camminiamo a testa bassa, le mani in tasca, il viso esposto al freddo mentre calciamo i sassi senza più desideri o speranze, ci accaniamo su qualche sterpo annerito e ci sferziamo le gambe per farci compagnia e ricordarci che, nonostante tutto, siamo ancora vivi.
Intorno a noi è il trionfo della trascuratezza -non giardinieri inetti, non malaccorti passanti: il dolore, quando prende così nel vivo come la morsa del gelo la natura, non si cura di apparire e se ne resta immobile, la faccia sconvolta delle emozioni e un certo narcisismo tragico d'atteggiamento.
I viali sono ingombri di galaverna e spicca l'eco dei nostri passi infuocati d'astio e di malinconia; gli alberi spogli raccontano nuovamente di attese -il sole, le foglie, e gli uccelli a condividere il caldo che verrà; i sempreverdi ci riempiono di sgomento perché la loro resistenza al freddo ci appare sovrumana, illogica, forzata.
D'intorno gli steli secchi dell'erba si ingioiellano senza brillare perché il sole è calato e i rari uccelli richiamano a forza il nostro pensiero ad occupazioni normali -torniamo a casa, qualcuno può essere in pensiero!- senza che per questo la nostra coscienza abbandoni quel pensiero incessante o il tormento che ci ha portato lì.
Le ombre della sera avvolgono il parco di umida sensazionale calma: la guarigione, quella vera, forse un giorno arriverà.

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