Inviato da ebeMajor il Mer, 27/09/2017
angelo

La bambina si trovava raggomitolata in un angolo, contro il muro scalcinato di una casa che non aveva retto il passaggio delle orde nemiche. Si stringeva nei vestitini stracciati, aveva freddo anche se lì intorno il sole splendeva impietoso sulla devastazione di quel villaggio abbandonato.

Erano arrivati cinque giorni prima, avevano messo a ferro e fuoco il villaggio e costretto gli abitanti a consegnare loro le magre provviste che erano state messe insieme con attenzione e con fatica: la guerra durava ormai da mesi e nessuno si ricordava più il sapore del burro sul pane appena sfornato o il canto delle donne quando tessevano, aspettando gli uomini dal lavoro dei campi. Gli uomini erano tutti scappati o morti o reclutati a forza dalle truppe che di volta in volta erano passate in quel villaggio: uomini di tante nazioni, con lingue strane e vestiti differenti; qualcuno era gentile, le aveva regalato in fischietto intagliato nel legno, ma altri erano duri e cattivi, con i loro sorrisi sghembi e le parole storpiate con cui chiedevano vino, e polli e latte da portare via.

Nel villaggio erano rimasti i vecchi, le donne e i ragazzi, e qualche uomo troppo ammalato per poter essere utile in combattimento. La bambina ricordava il giorno in cui era arrivata una lettera del Re, con un sigillo rosso ed un nastrino d'oro che il banditore del paese aveva letto in piazza, dopo essere passato di casa in casa a richiamare tutti gli abitanti. E così grandi e piccini si erano ritrovati in piazza come per una festa, la bambina aveva pensato: c'era la banda e una voce dal centro aveva letto un proclama con tante parole difficili e lontane: “Il nostro beneamato Re eccellentissimo, Sovrano di ... e di ..., Principe di ..., di .. e di..., Protettore della Chiesa, Patrono dei poveri, in virtù del potere che il Signore Onnipotente ha voluto concederGli, ordina che tutti gli uomini che non siano troppo anziani o ammalati per poter marciare per almeno 15 miglia al giorno si trovino in questo stesso luogo domani all'alba per partire con le truppe speciali che hanno l'onore e il privilegio di servire il nostro Sovrano nella guerra contro il nemico. Ogni soldato riceverà un soldo di pane e due soldi di vino al giorno e tre soldi di tabacco alla settimana. Lunga vita al Re!” Il giorno dopo tutto il paese era in fermento, le donne stavano alle finestre e sventolavano fazzoletti bianchi, qualcuna si asciugava di nascosto le lacrime con una cocca del grembiule, qualcuna teneva nella mani il rosario e non smetteva di pregare. “Mamma, cos'è la guerra?” aveva chiesto allora la bambina. “E dove vanno tutte queste persone?” E la mamma le aveva detto che la guerra è una cosa tremenda, come una malattia del mondo, che uccide tante persone e rende tristi tanti bambini. “Perché allora tutti sorridono e fanno festa? “domandò allora la bimba. “Perché hanno paura e fanno rumore così la paura scappa e va via” rispose la mamma, accarezzandola piano sulla testa. Il padre non c'era più da tempo, era morto in un incidente nel bosco quando aveva cercato di tagliare il grande abete della radura, che gli era caduto addosso e gli aveva sfracellato le gambe e la schiena. Ma la piccina non si ricordava del padre, e non capiva cosa volesse dire avere paura o rimanere da soli.

Lei da sola non era mai: o stava con la sua mamma o con la cara nonnina, o aveva il gatto che le si strusciava contro le gambette un po' arcuate oppure aveva i suoi fiori e le galline e la grande mucca dagli occhi buoni che le muggiva contro quando andava a portarle del fieno in inverno. Solo una volta era stata da sola: aveva fatto tardi dalla nonna e il temporale l'aveva sorpresa nel buio, il vento soffiava furioso e sembrava portarla via, dentro l'oscurità di quella notte agitata. La mamma l'aveva asciugata per bene e le aveva detto di non avere mai paura del buio, perché quando una bimba era stata brava e buona come lei nessuno le avrebbe fatto del male.

Adesso era più nero di quella notte del temporale anche se in pieno giorno, e lei era stata brava e buona, ma la mamma si era ammalata dopo che la mucca era stata portata via da quegli uomini strani e aveva dovuto lavare i panni nel fiume per guadagnare qualcosa per il latte ed il pane. Galline non ce n'erano più, qualcuno le aveva rubate, qualcuna era stata venduta il giorno di Pasqua, qualcun'altra aveva seguito la mucca e chissà come si trovava adesso, con quelle persone che non conosceva. La mamma era morta una mattina: l'aveva chiamata accanto al letto dove si trovava ormai da giorni, le aveva preso la mano e le aveva detto queste parole: “Ricordati, piccola mia, di non avere paura, né degli uomini né della morte. Finché sarai buona e brava nessuno potrà farti del male, e quando la morte verrà a prenderti, tra tanti tanti anni, ti troverai in un posto tranquillo dove portai rimanere per sempre. Non piangere se non mi vedrai più: io vado a stare tra gli angeli, ti aspetterò” e con una carezza l'aveva salutata. La bimba era rimasta a guardarla senza parole, non capiva cosa volesse dire la sua mamma, la mamma che adesso non rispondeva più e non respirava e sembrava che non avesse più freddo. Dopo qualche ora era venuta una vicina e l'aveva portata dalla nonna, e lì era rimasta fino a cinque giorni prima, quando erano arrivati gli uomini brutti e avevano cominciato a gridare che volevano cibo e vino e soldi e tutto quello che avevano in casa nonna e nipote l'avevano dovuto consegnare di corsa. Ma a quegli uomini non era bastato niente, volevano ancora, e chiedevano urlando sempre più vino, sempre più oro e nessuno aveva da dare più niente e gli uomini brutti avevano dato fuoco alle case ed il paese aveva bruciato per tre giorni e tre notti. La nonna non aveva potuto scappare, il tetto le era crollato addosso e la bambina era rimasta a guardare senza capire perché.

Per i tre giorni dell'incendio era rimasta vicino alla casa della nonna, aspettando che qualcosa succedesse, che dalle macerie annerite apparisse il viso grinzoso della sua cara nonnina, ma niente si era poi mosso ed aveva cominciato ad avere fame. Non c'era nessuno a darle da mangiare, nessuno che le spiegasse che cosa era successo: la mamma stava tra gli angeli, la nonna non usciva di casa, la vicina piangeva e non parlava e non c'era niente da mangiare. Per altri due giorni aveva atteso che qualcosa succedesse, guardando il sole e la notte che si rincorrevano nel cielo e le macerie che piano piano si spegnevano e crollavano inaspettatamente su di un lato. Anche la casa della nonna era crollata e lei era rimasta nell'angolo, ad aspettare e ormai era tanto stanca...

Non aveva più sonno, non aveva più sete, non aveva paura: voleva solo dormire e sognare di quando era il giorno di festa e la mamma le metteva il vestitino rosso e le scarpette ai piedi e andavano in chiesa a pregare il Signore. Voleva dormire e non svegliarsi mai più, dormire un sonno tranquillo, di sogni felici e di ricordi di nonna e di mamma e del gatto e dei fiori sotto il salice piangente, là, accanto al fiume.

Una voce seria seria la risvegliò. “Bambina, vuoi venire con me?” La bimba alzò a fatica gli occhi, il sole era nero, il cielo era nero ed anche l'alta figura che le aveva parlato era nera, in un mantello con il cappuccio tirato sulla fronte ed una falce che teneva da un lato. Sembrava cortese, quella strana persona, la mani magre e gli occhi di brace ed un viso nascosto dentro l'ombra che la avvolgeva da ogni lato. La bambina però sembrò non capire, o forse era troppo stanca per rispondere, rimase lì senza muoversi. Di nuovo la voce le chiese: “Bambina, vuoi venire con me?”

Riscuotendosi un poco, a fatica, la bimba le chiese chi fosse, e l'alta figura rispose gentile: “Sono la Morte. Se vieni con me ti porterò nel mio palazzo e non patirai la fame e la sete.” La bimba allungò le manine e le braccia pietose della Morte la accompagnarono dove la fame, la sete, la guerra e il dolore non conoscono la strada per arrivare.

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